La Rosa Bianca

La Rosa Bianca


Il lettore di Estasi ricorderà che, a proposito di Inge, il testo cita Sophie Scholl e La Rosa Bianca. 

“Purtroppo, i nazisti volevano usare quel processo per direttissima come esempio per gli altri. 

“I nazisti hanno paura. Prima i volantini della Rosa Bianca di Sophie Scholl – che era un’amica di Inge, come mi ha detto lei – e adesso i loro.”

Il tribunale era stato presieduto dal “famoso” giudice Freisler, che schiumò di rabbia vedendo che nessuno di loro invocava pietà né abiurava. Una fine terribile è pur sempre preferibile a un terrore senza fine, aveva dichiarato Inge prima che la portassero via, e la faccia infuriata del giudice aveva cominciato a sbavare.”

(Estasi – Max Dahl)


Cos’è “La rosa Bianca”?


La Rosa Bianca (Weiße Rose in tedesco) fu un gruppo di giovani studenti e intellettuali – per lo più di Monaco di Baviera – che fondò un movimento di resistenza al Nazionalsocialismo attivo tra il 1942 e il 1943. 


Come si opposero al Nazismo?


Il gruppo propugnava la resistenza passiva e non violenta, richiamandosi a valori cristiani e umanistici, e scelse di opporsi al regime attraverso la pubblicazione di volantini clandestini, per un  numero complessivo di sei e distribuiti in migliaia di copie. 



Quando apparvero i loro volantini?

I volantini della Rosa Bianca apparvero per la prima volta a Monaco verso la metà di giugno del 1942: nel giro di pochi mesi, da azione isolata di alcuni studenti idealisti si ingrandì velocemente fino a diventare una rete in continua espansione nella Germania sud-occidentale, fino alla Saarland e fino al nord, verso Amburgo e, soprattutto, verso Berlino.

Le copie dei volantini venivano stampate una alla volta, notte dopo notte, con una macchina che doveva essere azionata a mano con una manovella. 

“..Ogni singolo deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest’ultima ora al flagello dell’umanità, al fascismo e a ogni simile sistema di stato assoluto. Fare resistenza passiva, resistenza; ovunque vi troviate; non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!…» 

(dal primo volantino della Rosa Bianca).”

Questi documenti venivano ciclostilati clandestinamente in migliaia di copie, spesso su carta di fortuna, e rappresentarono la prova tangibile del loro atto di tradimento agli occhi del regime nazista.

I volantini iniziavano solitamente con l’intestazione “Flugblätter der Weißen Rose” (Volantini della Rosa Bianca) e terminavano con un appello alla riproduzione e alla diffusione: “Si prega di copiare e distribuire questo foglio”.

Come si può notare dall’immagine, il testo è molto denso: i membri del gruppo cercavano di inserire quante più argomentazioni filosofiche, religiose e politiche possibili per risvegliare le coscienze dei loro concittadini.


Qual era il loro orientamento politico? 

L’orientamento politico e filosofico del gruppo fu profondamente influenzato dal cristianesimo (sia cattolico che protestante) e dal pensiero di intellettuali come Romano Guardini, Carl Muth e Theodor Haecker. Nei loro scritti furono citati autori classici quali Aristotele, Goethe, Schiller, Sant’Agostino e Lao Tzu.

Erano giovani ma non sprovveduti ed erano consci di andare contro una struttura micidiale come quella dello stato hitleriano. Si preparano anche su come comportarsi in caso di cattura. I loro obiettivi politici erano la resistenza passiva, il sabotaggio della macchina da guerra nazista, la creazione di un’Europa federale basata su tolleranza e giustizia, il ritorno alla libertà individuale contro lo stato totalitario.

“Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina da guerra continui a funzionare…” 
(Dal primo volantino)


Chi faceva parte della Rosa Bianca?

Il nucleo principale del gruppo operò a Monaco di Baviera, in particolare presso l’Università Ludwig-Maximilians. I membri principali furono cinque studenti poco più che ventenni e un adulto: Hans Scholl e sua sorella Sophie, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf e il professor Kurt Huber, che collaborò alla stesura degli ultimi due opuscoli.

Alcuni di loro erano stati al fronte come soldati o infermiere, potendo così assistere in prima persona alle atrocità commesse dalle SS; i giovani erano inorriditi anche dalla violenza contro gli ebrei e dal programma di eutanasia forzata (Aktion T4) contro i disabili. La sconfitta della Wehrmacht a Stalingrado rafforzò inoltre la loro convinzione che il regime stesse portando la Germania alla catastrofe.

Come furono scoperti?

Il 18 febbraio del 1943, a Monaco, poco dopo le 10 del mattino, Hans e Sophie lasciarono il loro appartamento a Schwabing e si incamminarono verso l’università, portando con sé una grossa valigia. Arrivati all’università, mentre le lezioni erano ancora in corso, depositarono una grande quantità di volantini davanti alle porte delle aule, sui davanzali e sulle grandi scale che conducevano all’entrata principale. Proprio mentre stavano per lasciare l’edificio, si accorsero che erano avanzati dei volantini: Sophie risalì le scale fino all’ultimo piano e dalla balaustra gettò gli ultimi fogli. Nello stesso istante le porte delle aule si spalancarono. Il bidello dell’università Jakob Schmid e il segretario della cancelleria Albert Scheithammer li consegnarono alla Gestapo. 

I due fratelli non opposero resistenza. 

Hans tentò di assumersi ogni colpa per proteggere sua sorella e gli altri, ma il gruppo fu comunque smantellato. Sophie patì quattro giorni di duri interrogatori da parte dell’agente della Gestapo Robert Mohr, mantenendo un coraggio e una dignità che impressionarono perfino i suoi aguzzini.

Arrivò una sentenza lampo ed “esemplare”: il 22 febbraio 1943 Hans, Sophie e Christoph Probst furono giudicati colpevoli e condannati a morte dal Tribunale del Popolo, presieduto dal famigerato giudice Roland Freisler. Anche l’esecuzione fu rapida e spietata: furono ghigliottinati nello stesso giorno della sentenza nel carcere di Stadelheim.

Complessivamente, furono eseguite 15 condanne a morte e 38 persone vennero incarcerate.

Chi era Sophie Scholl? 

Più di tutti, Sophie Scholl è diventata l’icona più luminosa della Rosa Bianca, incarnando un coraggio morale che ancora oggi colpisce per fermezza e luminosità. Approfondire la sua storia significa guardare oltre il momento del sacrificio e capire come una giovane ragazza sia passata dal conformismo della gioventù hitleriana a una resistenza radicale. Nata nel 1921, inizialmente Sophie fu infatti influenzata dal clima del tempo: aderì alla Bund Deutscher Mädel (la Lega delle Ragazze Tedesche), l’ala femminile della Gioventù Hitleriana. Tuttavia, il suo entusiasmo si spense presto: il padre, Robert Scholl, era un forte critico di Hitler e questo creò in casa un clima di costante e acceso confronto, aiutando Sophie a riflettere sulla sua adesione alla suddetta Lega.

Inoltre, Sophie amava la natura, il disegno e la musica, e la lettura dei filosofi cristiani e dei teologi (come Sant’Agostino) la portò a maturare una profonda avversione per il materialismo brutale e l’ateismo di Stato del nazismo. Nel 1942 si iscrisse all’Università di Monaco per studiare biologia e filosofia. Qui scoprì che suo fratello Hans, insieme ad alcuni amici, aveva già iniziato a scrivere e distribuire volantini. Sebbene Hans cercasse inizialmente di proteggerla tenendola fuori dal gruppo, Sophie insistette per partecipare, convinta che il silenzio fosse una forma di complicità.

Il suo ruolo fu cruciale poiché, essendo una donna, era meno soggetta ai controlli casuali della polizia e poteva trasportare i volantini in altre città della Germania meridionale con meno rischi.

Come descritto sopra, il momento culminante e più tragico della sua storia avvenne tra il 18 e il 22 febbraio 1943: fu proprio lei a compiere il gesto simbolico più celebre, ossia spingere l’ultimo mucchio di volantini giù dal corrimano del secondo piano dell’atrio dell’università per farli piovere sugli studenti.

Una volta arrestata, Sophie fu interrogata per ore da Robert Mohr, un esperto investigatore della Gestapo. Sophie non chiese mai perdono, sostenendo che quanto aveva fatto fosse l’unica cosa che una persona di coscienza potesse fare.

Insieme al fratello Hans, Sophie fu accusata di alto tradimento e il processo venne fissato per il giorno seguente, lunedì 22 febbraio, al Palazzo di Giustizia di Monaco. Il giudice che presiedette il processo fu il famoso Roland Freisler. Quando Else, la compagna di cella di Sophie, tornò nella cella vuota, sul letto ben rifatto di Sophie trovò un foglio di carta; era l’atto di incriminazione e sul retro Sophie aveva scritto la parola “libertà”.

Durante il processo – ovviamente una farsa: i suoi genitori non poterono partecipare né ricevettero mai alcuna comunicazione ufficiale – davanti a Freisler che urlava insulti contro di lei, Sophie rispose con calma:

“Quello che abbiamo scritto e detto è anche l’opinione di molti altri. Solo che loro non osano esprimerla.”

In prigione si sparse subito la voce sul comportamento dei giovani studenti davanti alla Gestapo e durante il processo: il personale del carcere – che  erano semplici funzionari statali e non SS – ne fu ammirato. Le guardie infransero le regole e fecero uscire i fratelli Scholl dalle loro celle per farli incontrare con i genitori. Pochi minuti prima di essere condotta alla ghigliottina, sua madre le disse: “Ma Sophie, non entrerai mai più da quella porta”, e lei rispose: “Oh mamma, in fondo, che importanza hanno quegli anni di vita in più?”.

Morì con una dignità estrema. Il boia Johann Reichhart affermò di non aver mai visto nessuno affrontare la morte in quel modo: Sophie fu la prima. Camminò eretta attraverso il cortile, scortata dalle guardie. Erano le 5 del pomeriggio. Erano trascorse tre ore dalla conclusione del processo.

L’aula dello Justizpalast (palazzo di giustiza) dove ebbe luogo il processo

Sophie Scholl non è solo una vittima, ma è il simbolo della resistenza etica individuale. Nel dopoguerra la sua figura fu utilizzata da entrambe le Germanie: nella Germania dell’Est come simbolo della lotta antifascista, nella Germania dell’Ovest come simbolo della difesa dei valori cristiani e democratici.

Il busto di Sophie è conservato nel Walhalla , il tempio degli eroi tedeschi (nei pressi di Ratisbona, sulle rive del Danubio) e la sua immagine è ovunque in Germania, dalle monete commemorative ai nomi delle scuole. La piazza di fronte all’edificio principale dell’ateneo di Monaco ora è intitolata a Hans e Sophie Scholl (Geschwister-Scholl-Platz). Nel cortile dell’università c’è una rosa bianca intagliata nel marmo.

Qual è l’eredità della Rosa Bianca?


Subito dopo la guerra, la Rosa Bianca è diventata il simbolo dell’opposizione morale alla tirannia. Sono state create molte opere artistiche per celebrare il loro sacrificio: nel cinema sono apparsi film come La rosa bianca (1971) di Alberto Negrin, Die Weiße Rose (1982) di Michael Verhoeven, La Rosa Bianca – Sophie Scholl (2005) di Marc Rothemund (vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino).

In Letteratura sono apparse opere come L’albo illustrato Rosa Bianca di Roberto Innocenti e in Musica l’opera cameristica Die Weiße Rose di Udo Zimmermann, oppure troviamo tanti riferimenti anche nella musica contemporanea, come nel brano Armee der Tristen dei Rammstein.


Nella foto:
Werner e Sophie Scholl, fotografia scattata dal fratello Hans

Come si comportò Sophie di fronte alla Gestapo?

L’interrogatorio di Sophie Scholl è passato alla storia come un esempio straordinario di fermezza morale. Il suo interlocutore fu Robert Mohr, un esperto commissario della Gestapo.

Inizialmente Sophie negò tutto per quasi ventiquattro ore e riuscì quasi a convincerlo della sua innocenza: con una calma glaciale, sostenne che la sua presenza all’università con quella valigia fosse casuale e che non sapeva nulla dei volantini. La sua recitazione fu così convincente che Mohr era quasi pronto a rilasciarla.

Purtroppo, mentre stava per essere scagionata, arrivò la notizia che nella stanza di suo fratello Hans erano stati trovati la carta e le bozze dei volantini. A quel punto, Sophie dovette cambiare strategia e si assunse la piena responsabilità delle proprie azioni per proteggere gli altri membri, difendendo quanto fatto con una fierezza tale che Mohr, anni dopo, ricordò quel colloquio come uno dei momenti più sconvolgenti della sua carriera.

Per qualche strana ragione, Mohr – che fin dall’inizio aveva manifestato una sorta di simpatia paterna per la ragazza, forse perché intenerito dalla sua giovane età – le suggerì invece di dichiarare che era stata influenzata dal fratello o che la sua fede cristiana l’aveva traviata, in modo da evitare la pena di morte. Sophie rifiutò categoricamente ogni compromesso, dicendo che la sua coscienza era più importante della sua vita.

Mohr le chiese se non si pentisse di aver messo a rischio la sua vita per idee sovversive. La risposta di Sophie, messa a verbale, fu:

“Sono ancora convinta di aver fatto la cosa migliore per il mio popolo. Non mi pento di nulla e mi assumerò le conseguenze.”

Ci furono altre donne che agirono nella Rosa Bianca?


Sebbene Sophie sia la figura più celebre, la Rosa Bianca non sarebbe esistita senza il contributo di altre donne che operarono nell’ombra, rischiando la vita per la logistica, la stampa e il supporto morale del gruppo: Traute Lafrenz fu una figura chiave e una delle più strette amiche di Hans Scholl. Portò i volantini da Monaco ad Amburgo, estendendo la rete della resistenza. Fu lei a procurare la carta e le buste, materiali difficilissimi da reperire durante la guerra perché razionati e controllati. Fu arrestata poco dopo i fratelli Scholl ma riuscì a sopravvivere alla guerra nonostante diversi periodi di prigionia e, nel 2019, fu insignita della Croce al Merito di Germania poco prima di morire a 103 anni. Anneliese Knoop-Graf, sorella di Willi Graf, fu arrestata insieme al fratello. Sebbene non fosse direttamente coinvolta nella stesura dei testi, era a conoscenza di tutto e sostenne il fratello nel suo impegno. Dopo la guerra, dedicò tutta la sua vita a tramandare la memoria del gruppo e a pubblicare i diari e le lettere di Willi, permettendo al mondo di conoscere il lato umano di quei ragazzi. Gisela Schertling, studentessa e amica di Hans, partecipò alla distribuzione dei volantini e fu una delle fonti che, sotto duro interrogatorio, rivelò alcuni dettagli sul gruppo. Il suo ruolo è storicamente più complesso e tormentato, poiché visse il peso psicologico dell’interrogatorio della Gestapo, ma la sua partecipazione dimostra quanto fosse radicato il movimento tra le studentesse. Katharina Schüddekopf aiutò Alexander Schmorell nella ricerca di fondi e nella logistica. La sua casa fu spesso un luogo di incontro sicuro per i membri del gruppo.


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